Per uscire dallo stallo politico che la Danimarca sta attraversando da ormai due mesi, re Federico X si è affidato nuovamente alla socialdemocratica Mette Frederiksen, ministra di Stato dal 2019. La leader socialdemocratica era uscita notevolmente indebolita dalle elezioni anticipate indette per testare l’opinione pubblica del Paese: i Socialdemocratici erano sì risultati il primo partito, ma la coalizione che sosteneva il suo governo aveva perso la maggioranza, favorendo l’ascesa di altre forze politiche.

Era fine marzo quando a Copenaghen si componeva un Parlamento composto di dodici schieramenti diversi. Socialdemocratici (S | S&D), Venstre (V | Renew) e Moderati (M | Renew) chiudevano con un consenso complessivo minore del 10% rispetto alla tornata precedente, che costava loro 16 deputati. A guadagnarne sono stati il Partito Popolare Socialista (SF | Left), attestatosi come seconda forza del Paese, Alleanza Liberale (LA | PPE) e soprattutto lo schieramento di destra nazionalista del Partito Popolare Danese (DF | PfE).

Preso il voto come un’espressione di sfiducia nei confronti di Frederiksen, il re di Danimarca ha inizialmente affidato un mandato esplorativo a Troels Lund Poulsen, ministro della Difesa uscente e leader di Venstre. Non trovando sostegno nemmeno dai Moderati di Lars Løkke Rasmussen, che con Venstre condividono la famiglia europea, Poulsen ha deciso di rimettere il mandato e di ritirare il proprio partito da eventuali ulteriori coalizioni di governo.

Frederiksen è quindi rientrata in gioco. Per garantire governabilità al Paese e assicurarsi un terzo mandato, la socialdemocratica, che sui Moderati può contare, deve comunque compiere un lavoro particolarmente difficile: guadagnare il consenso di 34 deputati e consolidare l’appoggio dei 4 parlamentari eletti nei territori autonomi di Fær Øer e Groenlandia.

Considerata la linea politica di Socialdemocratici e Moderati, è indubbio che resteranno esclusi dalle consultazioni i partiti di destra. Frederiksen ha iniziato a confrontarsi con SF, e con il Partito Social-liberale (RV | Renew), se i colloqui saranno positivi, si immagina che successivamente proverà a convincere anche perlomeno uno schieramento tra i verdi de L’Alternativa (A | Greens) e gli indipendenti del Partito dei Cittadini.

Martin Lidegaard, leader di RV ha definito le trattative con Frederiksen “positive, efficaci e operose” a TV2, senza scendere nei dettagli. Per come si erano presentati S, SF e RV alle elezioni di marzo, si suppone che siano tre i punti cruciali su cui tra questi è necessario trovare il compromesso: economia, ambiente e immigrazione.

Sul piano economico, i socialdemocratici hanno cercato si spostarsi leggermente a sinistra proponendo una tassa patrimoniale moderata per finanziare la scuola pubblica e il welfare. I socialisti cercavano un’agenda redistributiva più marcata, mentre i social-liberali proponevano riforme pro-mercato e una maggiore apertura al privato. Riguardo la questione climatica, specialmente SF ha criticato la timidezza del partito di Frederiksen,chiedendo misure ambientali più ambiziose, soprattutto sull’agricoltura e sulla qualità dell’acqua.

L’immigrazione resta il nodo centrale e più complesso da sciogliere. La linea restrittiva dei Socialdemocratici è nota e distingue il partito dalle altre forze europee in S&D. Tanto SF quanto RV ritengono tale politica superata e controproduente, spingendo per l’apertura e per una maggiore attenzione ai diritti civili.

Il protrarsi delle trattative – le più lunghe della storia politica danese – ha rallentato il processo decisionale del governo in un momento delicato per la Danimarca, che sta ancora cercando di risolvere la crisi nei rapporti con l’amministrazione statunitense di Donald Trump riguardo la Groenlandia.

In questo contesto, la formazione di un governo stabile non rappresenta soltanto una necessità politica interna, ma anche una priorità strategica per mantenere il peso internazionale di Copenaghen, e conseguentemente dell’Europa, in una fase di forte instabilità globale.

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